
di Chiara Spallino -Unità investigativa di Greenpeace
Con questo media briefing, l’Unità Investigativa di Greenpeace intende fornire a giornalisti e redazioni uno strumento utile per mettere in prospettiva i dati pubblici sul riciclo della plastica a livello nazionale. La domanda a cui proviamo a rispondere è: possiamo davvero dire con certezza di trovarci di fronte a un’eccellenza italiana?
L’Italia ama raccontarsi come un’eccellenza nel campo del riciclo, tanto che in Europa i nostri rappresentanti remano contro qualsiasi provvedimento che punti a ridurre gli imballaggi o a
immaginare nuove strategie di riuso. Ma quando si parla di rifiuti urbani in plastica, i dati degli ultimi anni raccontano una realtà diversa. Tra documenti mancanti e conti che non tornano, credere nella natura virtuosa del sistema che gestisce i nostri imballaggi somiglia a un atto di fede.
«Ciò che ci rende davvero fieri è un dato significativo: nel 2020, a fronte di 1.914.000 tonnellate di imballaggi in plastica immessi sul mercato e di pertinenza Corepla, si è riusciti a recuperarne 1.820.270, dunque ben il 95%. Continuate a impegnarvi, a casa come a scuola: conferite sempre correttamente gli imballaggi in plastica»
È quanto si legge in uno dei materiali educativi pubblicati sul sito di Corepla, il Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. Corepla – che fa parte a sua volta di Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi che gestisce questo tipo di rifiuti nel 92% dei Comuni italiani.
Entusiasmi simili si ritrovano in tante dichiarazioni pubbliche. «Il sistema italiano di riciclo degli imballaggi – ha detto di recente alla Camera il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – si conferma un’eccellenza consolidata da anni, nonché un asset strategico della manifattura nazionale».
Si tratta della stessa narrazione portata avanti in Europa dai nostri rappresentanti e utilizzata nell’ultimo anno per ostacolare norme volte a ridurre a monte l’uso degli imballaggi e a incentivare il ricorso al riuso. Se ne è discusso, ad esempio, durante la definizione del nuovo Regolamento Imballaggi, approvato poi il 24 aprile scorso dal Parlamento europeo.
Il Regolamento introduce importanti target di riduzione dei rifiuti di imballaggio con l’obiettivo di diminuire emissioni, inquinamento e sprechi. Eppure, secondo lo stesso Pichetto Fratin, l’Italia dovrebbe continuare a sostenere «la necessità di concedere alternative per gli Stati che hanno tassi elevati di riciclo, al ne di non escludere dal mercato imballaggi sicuri e riciclabili e tecnologie oggetto di forti investimenti».
Insomma, tra le tre parole d’ordine della sostenibilità ricicla, riduci e riusa, nel nostro Paese il mondo della politica e quello industriale sembrano amare solo la prima.
«Sostanzialmente, la visione che l’Italia impone al resto dell’Unione Europea è: se qualcosa si può riciclare, non c’è niente di cui preoccuparsi e niente da ridurre – ha sintetizzato qualche mese fa Axel Singhofen, advisor sulle politiche ambientali e sulla salute del Partito dei Verdi in Europa – e questo approccio è del tutto trasversale ai vari partiti». Non solo: è anche una retorica impermeabile alle procedure di infrazione,
come quella avviata dall’Europa nei confronti dell’Italia il 23 maggio per non aver recepito «pienamente e correttamente» la Direttiva sulla plastica monouso del 2022.
Con questo media briefing, l’Unità Investigativa di Greenpeace intende fornire a giornalisti e redazioni uno strumento utile per mettere in prospettiva i dati pubblici sul riciclo della plastica a livello nazionale. La domanda a cui proviamo a rispondere è: possiamo davvero dire con certezza di trovarci di fronte a un’eccellenza italiana?
Dal 2021 questo indice non è più stato utilizzato, ma è utile scomporlo per imparare a distinguere, in tutti i testi diffusi da Conai e Corepla – e anche nel dibattito pubblico – tra recupero e avvio a riciclo.
L’indice di recupero in uso al 2020, infatti, veniva stimato mettendo in relazione il totale degli imballaggi di competenza di Corepla con la somma di flussi differenti: da una parte tutto quel materiale che finisce per essere recuperato sotto forma di energia, ossia quei rifiuti provenienti dagli imballaggi in plastica che non vengono avviati a riciclo e sono, quindi, inviati a impianti di recupero energetico (in altre parole, che vengono bruciati in cementifici o termovalorizzatori per generare energia termica o elettrica); dall’altra, la quota di materiale avviato a riciclo, che nel 2020, per confronto, si fermava al 47,30% del totale, nel 2021 al 53,87%, poi nel 2022 al 54,13% e nel 2023 al 55,64%.
Come in un gioco di matrioske, però, anche queste ultime percentuali sul materiale avviato a riciclo potrebbero essere sovrastimate per diverse ragioni spiegate nel rapporto.
DATI NON DISPONIBILI
L’Unità Investigativa di Greenpeace ha provato a ottenere i documenti metodologici citati nel rapporto Obiettivo riciclo di Corepla alla base delle stime sul riciclo effettivo riportate contattando direttamente Conai ma senza successo. Conai ha infatti risposto specificando che «i documenti di Obiettivo riciclo sono documenti tecnici non organizzati per la diffusione» e fornendo una pagina del sito Conai in cui il contenuto dei documenti dovrebbe essere sintetizzato. La pagina ricorda che i dati Conai sono validati da un soggetto esterno – ossia Ispra – che provvede anche all’invio dei dati a Eurostat; non contiene però informazioni significative sulla metodologia di calcolo, che resta quindi non disponibile al pubblico. (pag.7)
Leggi il seguito del documento di briefing: Plastica, Italia campione del riciclo ? (17 pagine) completo di note bibliografiche sul sito di Greenpeace.