Secondo un rapporto del Center for International Environmental Law (CIEL) uscito nel dicembre del 2017 l’industria della plastica era informata sui crescenti impatti causati dalla dispersione della plastica nei mari ed oceani. Nonostante tutto, e per decenni, la strategia adottata è stata quella di negare l’evidenza e le proprie responsabilità combattendo qualsiasi tipo di regolamentazione che potesse avere un potenziale impatto negativo sul consumo di packaging.
Il rapporto “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” , terzo della serie Fueling Plastics di CIEL ha voluto fornire una risposta circonstanziata alla domanda : quanto tempo fa l’industria è venuta a conoscenza dei problemi causati dai loro prodotti e cosa ha fatto a riguardo?.
L’inquinamento dovuto alle plastiche in mare desta estrema preoccupazione perché i polimeri si degradano in tempi lunghissimi e si accumulano nell’ambiente in quantità che crescono in relazione alla crescita delle quantità immesse al consumo (trend in aumento).
Gli scienziati hanno scoperto il problema dell’inquinamento da plastica nei mari per la prima volta negli anni 50, poco dopo l’impiego di plastica derivata dal petrolio nella produzione di beni di largo consumo.
Secondo il rapporto le industrie chimiche e petrolifere erano (o avrebbero dovuto essere) consapevoli dei problemi causati dai loro prodotti, almeno dagli anni 70.
“La reazione dell’industria della plastica, una volta venuta a conoscenza degli ingenti danni al patrimonio naturale che i loro prodotti avrebbero arrecato è stata coerente con le strategie contenute nel documento Big Oil Denial Playbook sui cambiamenti climatici: negare, confondere l’opinione pubblica e combattere regolamentazione e altre soluzioni efficaci per una riduzione dell’usa e getta da parte dei governi. Nonostante l’evidenza scientifica dell’inquinamento continuasse a crescere ” affermò Steven Feit , principale autore della serie di Fueling Plastics di CIEL all’uscita dello studio.
Mentre solamente in tempi recenti l’industria non ha potuto fare a meno di riconoscere il problema, i produttori di materie plastiche si sono assunti la responsabilità della sola dispersione nell’ambiente dei pellet, o nurdle (i granuli di polimeri usati per produrre manufatti di plastica), imputando spesso ad altri soggetti la responsabilità per la dispersione di tutte le altre tipologie di rifiuti di plastica.
“La narrazione secondo cui i consumatori hanno la responsabilità primaria dell’inquinamento da plastiche è un falso mito diffuso ad hoc dai responsabili delle relazioni pubbliche dell’industria petrolchimica che si perpetua negli anni” – secondo Feit – “I cambiamenti che possono arrivare dal fronte dei consumatori nella gestione dei rifiuti non risolveranno da soli il problema, poiché la produzione di plastica viene alimentata con centinaia di miliardi di dollari dall’industria petrolchimica. Per prevenire il marine litter abbiamo bisogno di un trattato globale e vincolante che regoli l’inquinamento causato dalle plastiche durante tutto il loro ciclo di vita“.
Lo studio Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem ha indagato quale fosse la conoscenza degli attori industriali del settore circa l’inquinamento da plastica nei mari e da quanto tempo ne fossero a conoscenza: dai produttori di resine plastiche ai alle aziende di combustibili fossili che li riforniscono di materie prime chimiche.
La ricerca evidenzia come gli scienziati fossero consapevoli del problema della plastica negli oceani già negli anni ’50, e questa comprensione sia cresciuta nei decenni successivi.
Il rapporto rivela che le principali aziende chimiche e petrolifere e i gruppi industriali erano a conoscenza del problema della plastica negli oceani non più tardi degli anni ’70. Già nel 1973, le indagini sulla superficie oceanica rivelarono quantità significative di detriti plastici, e l’industria petrolchimica era a conoscenza di tale presenza. Rappresentanti di aziende come DuPont, Dow e Monsanto Chemical (ora Eastman) hanno partecipato a workshop sulla questione dell’inquinamento marino. Allo stesso modo, scienziati di Esso, Chevron e dell’American Petroleum Institute hanno finanziato o partecipato a studi sull’inquinamento da petrolio marino che hanno anche rivelato la presenza di detriti plastici e la loro capacità di aggregare contaminanti come PCB e batteri.
Nonostante questa precoce consapevolezza, lo studio sottolinea come l’industria abbia adottato una strategia per scaricare la responsabilità della dispersione degli imballaggi sui cittadini e sui consumatori, piuttosto che affrontare la questione alla radice.

La strategia di comunicazione dell’industria che sposta l’attenzione dalle scelte industriali e conseguenze correlate sul fine vita dei prodotti alle (sole) azioni dei cittadini e delle comunità, è stata messa a regime, decadi fa, con la creazione delle prime iniziative di sensibilizzazione contro l’abbandono di rifiuti e di pulizia ambientale che sono nate proprio su iniziativa dell’industria, delle bevande in primis (e non dei governi locali come si potrebbe pensare).
In Europa un articolo esaustivo di Corporate Europe uscito nel 2018 aveva rivelato i conflitti di interesse esistenti all’interno del Clean Europe Network una piattaforma paneuropea che – come si legge sul suo sito– riunisce le organizzazioni attive nel campo della prevenzione dell’abbandono dei rifiuti per condividere esperienze, know-how, migliori pratiche e ricerca al fine di migliorare la prevenzione all’abbandono dei rifiuti l’UE. In Francia il programma di inchiesta Cash Investigation ha mandato in onda l’11 settembre 2018 un documentario che ha ripreso i retroscena dell’articolo inglese.

Queste le tappe individuate nello studio attraverso le quali la consapevolezza dell’industria sulla problematica della plastica negli oceani si è manifestata.
L’espansione esponenziale dell’uso della plastica nei beni di consumo, iniziata alla fine degli anni ’40, ha portato i ricercatori a documentare l’inquinamento da plastica nell’ambiente, inclusi gli oceani, fin da pochi anni dopo.
- Consapevolezza scientifica (anni ’50 – ’70)
- Gli scienziati sono diventati consapevoli del problema della plastica negli oceani negli anni ’50, e la comprensione della sua natura e gravità è cresciuta nei decenni successivi.
- Le prime preoccupazioni riguardavano l’impigliamento di animali marini in attrezzi da pesca e altri rifiuti plastici, soprattutto dopo che la plastica divenne un materiale preferito per gli attrezzi da pesca, sostituendo prodotti biodegradabili come la corda di canapa.
- Già alla fine degli anni ’50, emersero segnalazioni aneddotiche di tartarughe che ingerivano sacchetti di plastica.
- All’inizio degli anni ’60, fu scoperta la presenza di plastica nei ventrigli e nei tratti digestivi degli uccelli marini, inclusi i petrelli in Nuova Zelanda e Canada e le pulcinelle di mare nell’Atlantico settentrionale.
- Consapevolezza dell’industria (dagli anni ’60 – ’70)
- Le principali aziende chimiche e petrolifere e i gruppi industriali erano consapevoli del problema della plastica negli oceani non più tardi degli anni ’70. In particolare, l’industria petrolchimica sapeva della presenza di plastica nelle indagini oceaniche non più tardi del 1973.
- Nel 1973, l’Accademia Nazionale delle Scienze sponsorizzò un workshop che, sebbene incentrato sul petrolio, rivelò anche quantità significative di detriti plastici sulla superficie dell’oceano. Studi a quel tempo rilevarono che “le sferule di polistirene sono abbondanti” nelle acque costiere e che “batteri e bifenili policlorurati (PCB) si trovano associati a queste particelle, e le particelle vengono ingerite da numerosi organismi acquatici“. Aziende come Esso, Chevron e l’American Petroleum Institute parteciparono a questo workshop.
- È evidente che l’industria non solo era consapevole della longevità della plastica nell’ambiente ma la promuoveva come un beneficio. Nel 1973, E. S. Nuspliger della Society of the Plastics Industry (SPI) sostenne che la natura non biodegradabile della plastica la rendeva un “materiale desiderabile per le discariche sanitarie” poiché non produce odori o gas inquinanti, non contribuisce alla contaminazione delle acque sotterranee e conferisce stabilità al terreno.
- L’industria condannava la combustione a cielo aperto della plastica, ma sosteneva che negli inceneritori adeguatamente gestiti, la plastica non emetteva fumi nocivi per l’uomo. Inoltre, il loro elevato contenuto termico poteva essere utilizzato come fonte di energia elettrica.
- Nel 1969, la “First National Conference on Packaging Wastes” vide la partecipazione di rappresentanti di Dow, DuPont, Mobil, Chevron, SPI e altri. Thomas Becnel di Dow Chemical riconobbe che i problemi dei rifiuti di plastica erano legati alle caratteristiche del materiale stesso” e propose l’incenerimento come unica soluzione praticabile, considerando le discariche come soluzioni temporanee.
- Altri partecipanti alla conferenza evidenziarono che la proliferazione di contenitori monouso e di materiali difficili o impossibili da riciclare era il risultato di sviluppi industriali orientati al profitto, non della domanda dei consumatori. Materiali multi-materiale, ad esempio, erano descritti come “praticamente impossibili da riciclare”. Nonostante ciò, nel 1974, un membro della British Plastics Federation affermò che i rifiuti di plastica erano una “piccolissima proporzione di tutti i rifiuti e non causano alcun danno all’ambiente se non per l’effetto come deturpatante”.
- Evoluzione della risposta dell’industria (dagli anni ’80 ad oggi)
- Negli anni ’80, il problema dell’inquinamento marino stava diventando innegabile. Nel 1984, la NOAA ospitò un workshop dove si discusse che l’industria era “fortemente consapevole” della necessità di gestire i rifiuti di plastica.
- La SPI aveva stanziato 5 milioni di dollari per istituire una “Plastic Recycling Foundation and Institute” per perseguire metodi economicamente fattibili per riciclare la plastica in grandi quantità. Stavano anche ricercando modi per produrre plastiche che si degradassero più rapidamente alla luce ultravioletta.
- Nel 1989, la SPI partecipò alla Seconda Conferenza Internazionale sui Detriti Marini, sostenendo che quasi tutto l’inquinamento plastico era “fuori dal ‘controllo’ dell’industria della plastica,” ma si assunse la responsabilità per i granuli di resina plastica che potevano finire negli oceani.
- L’industria della plastica ha generalmente adottato due posizioni parallele: sostenere di essere responsabile solo per i granuli e i pellet di resina plastica, poiché i prodotti finali sono fuori dal suo controllo, e promuovere il riutilizzo, il riciclo e una corretta gestione dei rifiuti.
- La SPI creò il “Center for Plastic Recycling and Research” nel 1985, ma esso fu chiuso nel 1996 a causa della cessazione dei finanziamenti da parte dell’industria, indicando un “ridotto supporto per il riciclo nell’industria della plastica”.
- In anni più recenti, nel 2016, Dow Chemical annunciava un investimento di 2,8 milioni di dollari per “aumentare il tasso di riciclo e riutilizzo delle plastiche”.
- Nonostante la promozione del riciclo, l’industria si è opposta attivamente alle normative locali sui prodotti realizzati con la loro plastica. Ad esempio, l’American Chemistry Council (ACC), che rappresenta grandi aziende petrolchimiche come ExxonMobil e Dow, ha speso milioni di dollari per contrastare i divieti sui sacchetti di plastica in vari stati.
In sintesi, mentre la comunità scientifica aveva riconosciuto il problema dell’inquinamento da plastica sin dagli anni ’50, l’industria della plastica e dei combustibili fossili ne è diventata consapevole non più tardi degli anni ’70 avendo anche partecipato a discussioni sul problema.
Inizialmente, l’industria ha spesso minimizzato il problema o ha enfatizzato le proprietà positive della plastica, come la sua durabilità. Sebbene ora riconosca il problema e promuova il riciclo, le aziende produttrici di resine continuano a combattere aggressivamente le normative che cercano di limitare l’uso dei prodotti finali.




















